Fasi della coltivazione

L’aratura e la semina del grano

Nel 2011, il nuovo Comitato di S. Anna ha voluto riprendere un vecchio uso: seminare e raccogliere il grano nelle terre di proprietà del Comune di Jelsi.

In autunno, in località Bosco di Jelsi, è stato preparato il terreno per la semina. Approfittando delle belle giornate, i “deputati” hanno seminato oltre trenta quintali di grano nei nove ettari di terreno a disposizione.

Il lavoro del Comitato, che ogni tre anni si rinnova coinvolgendo le giovani generazioni, è la testimonianza che la tradizione rinasce nel segno della continuità col passato.

La semina che ancora continua, tra i solchi di terra bruna mossa dai trattori, ci spiega il senso che il chicco di grano ha per la comunità jelsese: il chicco cade per ritornare in vita. L’idea biblica del dono della vita per la rinascita è ben presente in chi si attiva per rinvigorire la tradizione del grano, consapevolezza per cui ogni anno bisogna innovarsi e migliorarsi. Sembra che la stessa idea di rinascita, avvenuta dopo il terribile terremoto del 1805, continui senza essersi mai interrotta.

È così che nella comunità l’entusiasmo si traduce in lavoro, intriso di voglia di stare assieme, voglia di riuscire insieme a vedere coeso il gruppo, voglia di vedere maturare i migliori frutti che nel tempo hanno dato vita ad una tradizione ultracentenaria.


         


La trebbiatura sull’aia di Sant’Anna

Appena qualche settimana dopo la fine della festa, il Comitato sgombera le strade del paese dagli addobbi di trecce e covoni che l’avevano arricchito nei giorni dei festeggiamenti. Tutto il grano è portato all’Aia di Sant’Anna per essere trebbiato.

In passato, il grano donato a Sant’Anna veniva depositato e benedetto in località Chiusa, dove era poi trebbiato con una grossa pietra trascinata dai buoi. Nei pressi, a conclusione della sfilata, venivano anche incendiati pochi fuochi d’artificio, non tanti come nei decenni successivi, quando si è potuto assistere, negli anni ’50, persino a gare tra “fuochisti” e ne sono una testimonianza i testi del poeta dialettale Domenico Petruccioli.

Da questo vecchio posto, oggi, per depositare il loro carico votivo, i carri si spostano un chilometro più avanti per giungere in contrada Crocella, sullo slargo di un antico braccio secondario del tratturo che collega la Puglia con l’Abruzzo, una volta area di sosta delle greggi transumanti. Il luogo porta il nome di Aia di Sant’Anna ed è contraddistinto dalla presenza di una statua in bronzo, copia della Santa donata alla Terra di Jelsi dagli Jelsesi residenti all’estero. Lì il parroco benedice il grano.

Tra i carri benedetti, alcuni scaricano il grano trasportato che è accumulato in acchië (biche), altri, quelli più elaborati e artistici, rientrano nel centro abitato, dove sono esposti al pubblico.


       


La mietitura

La lavorazione del grano e della paglia inizia con la mietitura, che si tiene a fine giugno inizio luglio di ogni anno.

Gli esperti del Comitato vanno alla ricerca del campo migliore, dove sono nate e maturate le spighe più sane, arista nera e lucente, assenza di erbacce, come dicono i nostri contadini: un campo dove c’è una bella “morra”.

In un clima di festa, con grande partecipazione del Comitato, il grano mietuto con mietileghe degli anni Settanta è raccolto in covoni e trasportato con trattori in paese, dove, dopo una prima solenne benedizione del parroco, vengono lasciati nei vari punti di ritrovo delle treccianti. Sono questi i luoghi in cui saranno prodotti centinaia di metri di trecce di grano che andranno ad abbellire, allungate su pali di legno ricoperti di grano, le vie e lo splendido corso di Jelsi.

Se la mietitura apre il periodo di festa, dopo circa un mese, la trebbiatura lo chiude. Tra questi due momenti si ha possibilità di vivere in un’atmosfera, diremo magica, in cui ognuno darà il suo contributo per la riuscita dell’evento.

Il momento della mietitura, oltre a sottolineare l’attaccamento alla propria terra, è anche l’occasione per ricordare il lavoro dell’uomo. Il lavoro di una moltitudine di genti svolto, dall’alba al tramonto, solo con le mani e una semplice falce sotto il solleone, la rievocazione di un’epopea delle passate generazioni che resta negli echi dei nomi degli oggetti e delle azioni, nei racconti ancora tramandati di generazione in generazione, nei canti e nelle “urla dei mietitori”, che a stento si riescono a ricordare.